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Direttore Responsabile Luciano Lucarini

Un turco napoletano

di Alessio Di Mauro

Per la gioia di Nanni Moretti, di Cuperlo, Civati e del povero Bersani, finalmente “una cosa di sinistra”. Dopo aver provveduto alla rottamazione sistematica del residuato progressista nel Pd – trasformando il partito degli eredi di Togliatti in una sorta di forza tatcheriana che piace tanto all’alta finanza, al Cav e persino alla Merkel – Renzi e il suo cerchio magico dimostrano di non aver smarrito del tutto le buone vecchie abitudini dei comunisti italici. Se non altro quelle più rappresentative e politicamente rilevanti. Già, perché se facciamo una rapida ricognizione nella soffitta virtuale del comunismo e del post-comunismo nostrano, tra mucchietti di vecchi rubli e pile di bustarelle col timbro delle Coop, campeggia in bella mostra una costante che da sempre accompagna la storia della sinistra. Si tratta del riflesso pavoloviano che costituisce da sempre il tratto distintivo dell’antropologia comunista: un impulso irresistibile a negare fatti e avvenimenti politicamente “scomodi”. Se esiste ancora un sottile filo rosso che lega i compagni del Pci di Togliatti con quelli assai annacquati del Pd di Renzi va ricercato nell’ostinazione a fare gli gnorri su diverse pagine della nostra storia. Come i crimini partigiani del cosidetto “Triangolo della morte” o la tragedia delle “Foibe”, per fare giusto un paio di esempi.
Di fronte a tale riflesso compulsivo, a quanto pare, non c’è rottamazione che tenga. Quando si tratta di negare una verità storica sgradita anche l’esemplare del Pd risponde al richiamo delle origini e non guarda in faccia a nessuno. Nemmeno al Papa. Questo mese di Aprile, infatti, passerà agli annali per due ragioni: la prima è la celebrazione del centenario del primo genocidio del XX secolo, quello ai danni del popolo armeno, prima nazione cristiana. La seconda, che qui ci preme sottolineare, è la reazione del governo italiano alla vera e propria aggressione subita dal Pontenfice – reo di aver riaffermato quel genocidio sottaciuto ma accertato – da parte della Turchia. Ankara è arrivata a richiamare in Patria il prorio ambasciatore presso la Santa Sede e addirittura a insultare Bergoglio accusandolo di nutrire sentimenti anti-islamici e filo-nazisti (!). A questo punto il nostro Premier avrebbe dovuto come minimo  dotarsi subito di scafandro medievale “modello Templari” o in subordine chiedere per sé e per i suoi un immediato arruolamento volontario nella Guardia Svizzera per difendere le ragioni del Papa e di tutto l’Occidente. E invece no. Perché è  proprio in situazioni come queste – guarda caso mai quando si discute di Welfare o dell’articolo 18, liquidati entrambi con tanti saluti e manganellate ai sindacalisti di Landini – che a Renzi scappa di dire o fare qualcosa di sinistra. E alla sinistra profonda, quella comunista, il Papa e i cristiani – si sa – non sono mai andati troppo a genio. Molto meglio gli islamici di Ankara che strizzano l’occhio all’Iran, alla Siria e a tutti i nemici dell’Occidente, ma per ragioni economiche e diplomatiche (si apprestano a fare il loro ingresso nella UE) sono coccolati dai tempi di Napolitano e Mario Monti. Dev’essere anche per questo che, alla tiara bianca di papa Bergoglio, il premier ha preferito il fez rosso da Turco Napoletano di Felice Sciosciammocca. E per un attimo ci è sembrato di rivivere quella celebre farsa di Totò. Stessa cialtroneria furbesca. Stesso atteggiamento truffaldino e un po’ ruffiano.
“Inopportuno che l’Italia prenda posizione”, ha fatto dire Matteo (Felice) Sciosciammocca al suo sottosegretario Gozi, un attimo prima di genuflettersi in direzione della Mecca. Dopodiché, consueta rimozione del genocidio in questione – con annesso imbarazzante silenzio modello “Foibe” – e un’unica solida certezza: lo Sciosciammocca napoletano era uno con gli attributi che fingeva di essere eunuco. Per il suo epigone di Pontassieve vale esattamente il contrario.

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