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Rottamazione maoista

di RiPar

“La rivoluzione non è un pranzo di gala” ha detto Matteo Renzi, citando Mao Tse Tung, a chi lo intervistava sul Corriere della Sera.
Renzi si sa è un poco mitomane: non solo crede che quello che sta facendo sia una rivoluzione ma ritiene che tra lui e Mao Tse Tung in fondo non ci siano grandi differenze. Renzi, nel suo intimo, paragona la sua scalata ai vertici del Pd e delle istituzioni con la grande marcia del grande timoniere cinese: ha l’impressione, l’ex sindaco di Firenze, di aver rimesso in moto la ruota della storia. E tutto questo per aver fatto votare il jobs act, una legge che precarizza il lavoro esistente senza crearne di nuovo; per aver varato la Buona scuola, una legge che distrugge ciò che rimaneva dell’istruzione nazionale; per aver imposto l’Italicum, una legge elettorale a confronto della quale la legge Acerbo e il Porcellum sono due capolavori; per voler trasformare il senato in un dopolavoro per consiglieri regionali. Ecco questa sarebbe la rivoluzione di Renzi. Un po’ di macelleria sociale, un po’ d’ammuina nel pubblico impiego, la promessa abolizione dell’Imu e buoni uffici stampa (i giornaloni che gli reggono la coda come avevano fatto con Monti prima di trattarlo, una volta decaduto, come un povero rincoglionito alle prese con il rissosissimo partitino-meteora Scelta civica).
Renzi non è Mao e la sua non è una rivoluzione. Di Mao non ha il genio, il calibro criminale, la vastità dell’intuizione politica.
Renzi è un boy scout invecchiato precocemente nei corridoi della politica che finge d’essere ispirato da grandi visioni e che si atteggia a enfant terrible. Uno che ai pranzi di gala non sarebbe mai stato invitato se non fosse incredibilmente diventato presidente del Consiglio.
Perché alla fine Renzi è uno di quelli che sarebbero disposti a fare una rivoluzione per sedere a capotavola in un pranzo di gala. Gli è bastato trovare il deserto politico al suo affacciarsi sulla scena pubblica e obbedire a qualche contabile europeo per farsi fotografare insieme alla moglie vicino a Obama. Quando aprirà una pizzeria a Rignano d’Arno, diventando ciò che è, potrà esibirla con orgoglio e dire “Io c’ero”. Magari non ci sarà più l’Italia ma questa, come si dice, è un’altra storia.

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