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Il ritorno dell’ometto

di Egidio Bandini

Cari Candidolettori… Come non ricordare il modo affettuoso con il quale Giovannino Guareschi si rivolgeva ai lettori di Candido, adesso che ci accingiamo a cominciare un’avventura nuova, con il giornale “monofoglio quadripagino” (così lo definiva Giovannino) che state leggendo e in cima porta lo stesso nome: Candido. Un’avventura da far tremare le vene ai polsi ma, allo stesso tempo, entusiasmante come poche altre. Nel 1961, quando il “Commenda” chiuse surrettiziamente il Candido di Guareschi e Minardi, Giovannino scrisse in ultima pagina un commovente addio: “Il congedo dell’ometto.”

Oggi, in prima pagina, scrivo io un pezzo di benvenuto: “Il ritorno dell’ometto”. L’ometto è l’emblema che venne scelto proprio per il Candido: un personaggio dotato di regolamentari baffi d’ordinanza e cappello degno di uno dei “Rossi socialisti” del 1908, tesa stretta all’insù e schiacciato sul cocuzzolo. L’ometto era nella testata dell’articolo in ultima pagina, salutava i lettori con l’ironia pungente, ma garbata, di Guareschi. Chiudeva, insomma, come meglio non si potrebbe, ogni numero del Candido. Io tenterò di aprire con l’ometto il primo numero del nuovo Candido, voluto dall’amico Luciano Lucarini che già edita Il Borghese, altra storica rivista, da sempre controcorrente. Dunque un uomo tornava dalla spesa del giorno al discount, aveva fatto i conti con la crisi, aveva rinunciato ad acquistare quei dolcetti che piacevano tanto ai suoi bambini, invece di un chilo di mele si era accontentato di mezzo chilo, la carne comperata era la più conveniente, la pasta quella senza marca e più economica, il pane era sceso da quei cilindri di plexiglass che fanno tanto “Star Trek” la verdura magari non era freschissima, ma costava poco… Giunto sotto casa, gli era venuta la tentazione di buttare tutte le borse, così come stavano, nel primo cassonetto che avesse incontrato. Invece accadde l’imprevedibile: giunto all’altezza del cassonetto, vide un’anziana signora che rovistava nell’immondizia, cercando qualche residuo ancora commestibile. Tutto cambiò come per incanto e le borse della spesa divennero pesanti come il piombo: chiamò la vecchia signora e diede a lei tutto quanto, senza pensarci sopra un attimo.

Al diavolo la crisi, le difficoltà, le preoccupazioni. La signora lo guardava stupita allontanarsi canticchiando “Voglio vivere così, col sole in fronte…” Arrivato a casa, quando la moglie gli chiese dove fosse la spesa, rispose senza esitare e con fierezza: «Oggi andiamo al ristorante!» e, presa carta e penna, si mise a scrivere. “Buongiorno, bella Signora. Ti ho vista oggi rovistare nella spazzatura in cerca di un barlume di cibo che potesse calmare in qualche modo la Tua fame di generosità e, così, ho deciso di darTi ciò che avevo comprato per riempire il mio vuoto di generosità, convinto di essere il più disgraziato dei Tuoi figli, ma Tu mi hai insegnato, senza parlare, cosa voglia dire Dignità, con la D maiuscola: quando Ti ho chiamata, senza avere il coraggio di pronunciare il Tuo nome – che ho nel cuore da quando sono nato – hai guardato verso di me e la stella sulla Tua fronte si è accesa di una luce fioca, ma fierissima e ho capito quanto fosse inadeguato il poco che avevo da offrirTi. Sai, bella Signora, noi figli siamo un po’ tutti così: crediamo di poterci arrangiare da soli, di avere una soluzione per tutto e, quando il nostro piccolo mondo ci crolla accanto, siamo solo capaci di auto commiserarci, di piangere su noi stessi, perché abbiamo perso l’abitudine a cercare nel nostro cuore l’unica soluzione che ci permetterà di andare avanti, a dispetto degli ostacoli che la vita mette sulla nostra strada: sentirci fieri di appartenere a Te, senza se e senza ma. Ecco, questo volevo dirTi, bella Signora: stamattina io mi sono sentito di nuovo, veramente Tuo figlio e Ti chiedo di perdonarmi se, sino ad ora, sono stato un figlio indegno. Adesso sono tornato e cercherò di fare in modo che, assieme a me, tanti altri tornino ad essere Tuoi veri figli e in questo orgoglioso sentimento di appartenenza ritrovino il coraggio che aveva animato i loro padri e i loro nonni tanti anni fa, quando Ti difesero da chi voleva farTi del male e gettava discredito su di Te, armando i Tuoi figli l’uno contro l’altro. Spero che torneremo in tanti ad essere Tuoi veri figli e, con questa sincera speranza, Ti dico di nuovo: buongiorno, bella Signora, buongiorno Italia!” Questo è il mio saluto, cari Candidolettori e, soprattutto, è il mio invito, lo stesso che faceva Giovannino Guareschi: «Bisogna sentirsi europei. Ma per sentirsi europei è necessario, prima, sentirsi violentemente italiani.» Al prossimo numero!

 

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