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Il putto del Nazareno

di Alessio Di Mauro

Come diceva Nanni Moretti, il campione indiscusso di quella spocchia antiplebea tipica della sinistra radical chic, “le parole sono importanti”. E se è vero che “chi parla male, pensa male e vive male”, non osiamo immaginare quale inferno si celi nella testa di Matteo Renzi. Ma soprattutto quanto grama debba essere diventata la sua esistenza insieme a quelle di tutti i poveri cronisti politici, costretti a registrare gli agghiaccianti bizantinismi dialettici dell’ex sindaco gigliato. Sin dal primo istante del suo insediamento a Palazzo Chigi, infatti, il nostro premier non ha fatto altro che consolidare la propria fama di fuoriclasse della supercazzola prematurata, esibendosi in vaniloqui degni di Amici Miei. Un trend in costante ascesa fatto di slogan sempre più indecifrabili e parole in libertà ai limiti del delirio tremens, i quali finiscono sistematicamente per determinare incomprensioni che nemmeno gli interpreti ufficiali di mister 41% – come Del Rio e la Boschi – riescono a dissipare (molti a Bruxelles stanno ancora chiedendosi “What’s Telemaco’s generation?”).

L’ultimo malinteso in ordine di tempo riguarda l’accordo tra il premier e Silvio Berlusconi, che dal cerchio magico renziano è stato presentato alla pubblica opinione come “patto del Nazareno”. Ebbene, qui siamo alla sublimazione della sopracitata supercazzola, perché – attraverso un minimo intervento sulla locuzione originaria – si è riusciti ad ottenere comunque una grossa distorsione della realtà: in pratica è bastata la sostituzione di una semplice vocale e il “putto” s’è trasformato in “patto”, con tutte le conseguenze semantiche del caso. Il concetto di patto, infatti, comporta un rapporto paritario tra i contraenti e non è un caso se la pancia del Pd – la prima a cadere nel tranello – s’è trasformata in una pentola a pressione proprio da quando quell’idea ha iniziato a circolare nel partito. Insomma, per i poveri militanti il fatto che il loro leader volesse conferire pari dignità al “pregiudicato”, risultava fisicamente impossibile da digerire. Almeno fino a quel 41 % delle europee che per la sinistra, si sa, è stato meglio di un Alka Seltzer.

Chissà quale tempesta si sarebbe scatenata nello stomaco di questi poveri signori se avessero saputo fin da subito che le cose stavano molto peggio di come credevano. Chissà come l’avrebbero presa se qualcuno già a gennaio gli avesse detto che il patto era un putto e il Nazareno non stava ad indicare la propria sede di partito, bensì proprio lui, il vecchio unto del Signore. La tremenda verità è venuta fuori, per fortuna, un poco alla volta, dando ai democratici tempo e modo di abituarsi. Fino ad emergere completamente il 18 luglio quando – subito dopo il miracolo dell’ennesima resurrezione, arrivata con la sentenza Ruby – Matteo ha trovato il coraggio di abbandonare ogni inibizione, mostrandosi senza vergogna per quello che è sempre stato: il putto del Nazareno, appunto. In tutta la sua rotonda e virginea nudità. Un simpatico angioletto alato pronto – ora più che mai – ad inginocchiarsi al cospetto del suo unico Signore di Arcore. Il Nazareno ordina l’Italicum? Alleluja! Impone la responsabilità civile dei magistrati? Così sia! Chiede al putto di mandare al diavolo Civati, Fassina e anche tutti voi, cari amici malpancisti del Pd? Amen! E andate in pace. Se poi, prima d’incamminarvi, volete tentare l’ultima carta della mobilitazione con Nanni Moretti e gli altri intellettuali impegnati, fate pure. Sappiate però che se ai tempi del povero D’Alema poteva bastare qualche timido girotondo, oggi, contro questa sinistra scudo-giglio-crociata, ci vuole come minimo la giostra delle catene. Quella dei “calcinculo”.

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