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L’ometto e Giovannino

di Egidio Bandini

Cari Candidolettori, viste le ultime imprese dell’italico Governo, il vostro ometto prende a prestito un inedito di Giovannino, scritto la bellezza di cinquant’anni fa nella “brutta” della risposta ad un lettore: «M’hanno inviato uno studio sulle possibili combinazioni elettorali e l’ho trovato incompleto. Manca, infatti, la combinazione Dc + Pci. Combinazione che, totalizzando 426 seggi, avrà una maggioranza di 110 seggi. È la “Combinazione del Dialogo” ed è quella destinata a darci il governo della 5° ed ultima Legislatura. Il Dialogo è stato inventato da Giovanni XXIII – BIS (l’altro antipapa Giovanni XXIII è sepolto dal 1419 nel Battistero a Firenze). L’attuale Papa crede tanto al dialogo che, per togliere ai Cosacchi il fastidio di portare i loro cavalli ad abbeverarsi alle acquasantiere di S. Pietro, è dispostissimo a portare lui stesso un carico d’acqua Santa a Mosca. Il trionfo del dialogo non può quindi mancare e l’Italia avrà finalmente il “Governo forte” che merita.» Con i debiti distinguo, legati soprattutto ai camaleontici cambi di nome dei partiti nel Bel Paese, sembra di leggere la carta d’identità del Governo Renzi e l’atteggiamento esattamente identico delle forze politiche verso l’attuale Gabinetto, esattamente come scriveva Guareschi: «Esistono quindi tutte le premesse necessarie al trionfo della combinazione Dc + Pci, la quale ci darà quel “Governo forte” che l’Italia vuole e merita. Gli industriali che hanno sempre dato quattrini ai comunisti e alla Dc, negano ogni aiuto agli anticomunisti: quindi saranno favorevolissimi a questa combinazione.»
Giovannino a questo punto, però, siccome la tesi dell’unione DC-PLI era propugnata dal lettore, ricorda, a scanso di equivoci, il senso del proprio intervento a favore di DC & Co. alle elezioni del ’48: «Lo ammetto: debbo essermi battuto forte, nelle elezioni del 1948, se “Life” dedicò a me e alla mia propaganda ben nove pagine! Ma, pure avendo sostenuto a spada tratta (e gratis!) la DC e il PSDI, non mi vergogno come un ladro, perché la mia battaglia era esclusivamente contro il comunismo. Stando così le cose, io non posso approvare una campagna tendente a eliminare proprio i pochissimi anticomunisti rimasti in Parlamento. Il ragionamento dà ragione al Suo schema? Il sentimento dà ragione a me che sono un sentimentale».
Ebbene, alla luce delle recenti imprese del Governo (leggi annunci roboanti di tagli alle spese, riduzioni fiscali eccetera, salvo poi scatenare una irrefrenabile corsa all’aumento delle tasse), viene da farsi le stesse domande che si faceva Guareschi: «A che servono pochi fessi anticomunisti in Parlamento? A che servono pochi brandelli di bandiera sull’ultimo bastione inespugnato della cittadella invasa?».
La risposta, oggi come cinquant’anni fa è la stessa: purtroppo a ben poco! Ma rimane la seppur piccola consolazione che, almeno, qualcuno che avversi questo nuovo “dialogo” esista e resista. Rimane da dire che, se a nulla servì mezzo secolo fa l’amara considerazione guareschiana, il timore è che a nulla servirà anche oggi. Buon senso vorrebbe che lo Stato agisse come l’ormai dimenticato “buon padre di famiglia” il quale, a fronte di costi in costante aumento, non potendo in tempi di crisi guadagnare di più, si risolve a ridurre le spese, iniziando da quelle non indispensabili.
I nostri governanti, al contrario, a fronte di continui aumenti del prezzo da pagare per mantenere in vita una mostruosa macchina politico burocratica che è cresciuta a dismisura, anziché ridurre le spese, pensano di aumentare le entrate, innescando un vortice pericolosissimo, nel quale annegano, però, solo i cittadini italiani. E cosa possono, oggi come cinquant’anni fa, i “pochi fessi” filoitaliani rimasti in Parlamento?
Denunciare almeno la cosa, come fece Guareschi, prendendo come guida uno degli aforismi del papà di Peppone e don Camillo: «Per rifare l’Italia, anzitutto non bisogna disfarla!». Disarmare il mostro si può, cosa nella quale credeva fortemente anche Giovannino, che scriveva a proposito di RAI e canone: «Quando un servizio lo si deve pagare si ha il dovere e il diritto di esigerlo adeguato alla spesa.
Quando tornai dalla Germania dovetti pagare gli arretrati (ovviamente della radio n.d.r.). L’errore: che è “statale”. “Statale” e “sociale” fa rima con male.»
Cinquant’anni sono passati inutilmente: quanti ce ne vorranno ancora?

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