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L’estetica della sconfitta

di Alessio Di Mauro

Sarà colpa di quel rigurgito di socialismo nazionale che affligge noi candidi legionari della risata, ma l’idea di una restrizione delle tutele dei lavoratori ci è sempre andata piuttosto di traverso. Si tratta di una malattia endemica e dal sapore decisamente vintage. Un po’ come il vaiolo o una di quelle robe che affondano le radici nel cuore del secolo scorso: negli anni ’60 e ’70, per capirci, quando ancora si parlava di concetti arcaici come lo stato sociale e l’etica del lavoro. Oggi, per fortuna, è cambiato tutto: del vaiolo e del lavoro restano soltanto i confusi ricordi di quando eravamo ragazzini mentre le uniche testimonianze tangibili sono sulle braccia delle nostre mamme (in quei “cerchietti” caratteristici, segni delle antiche vaccinazioni) e sui cedolini delle loro pensioni (che ormai restano l’unica risorsa economica delle famiglie italiche, ndr).

Sono le meraviglie del progresso, bellezza. C’è voluto un quarantennio, ma alla fine quei fastidiosi fardelli siamo riusciti a debellarli completamente. Certo, Renzi ci avrebbe messo molto meno, ma possiamo consolarci con la certezza che ora, con lui al governo, si riuscirà a completare l’opera e cancellare ogni traccia di quel passato infausto alla velocità di un tweet. I primi segnali sono entusiasmanti: è vero, per esempio, che il nostro turbopremier ha mantenuto intatto il Senato coi suoi relativi costi, ma in compenso è riuscito a segare l’eleggibilità dei senatori. Polverosa usanza democratica, quest’ultima, che nessuno prima di lui era mai riuscito a liquidare così rapidamente. Nemmeno quelle altre due vecchie glorie rosse di Pol Pot o Giuseppe Stalin. Ora la mannaia supersonica del nostro Fonzie alla fiorentina si sta abbattendo su un altro residuato orpello dell’epoca che fu: l’articolo 18. E noi indomiti conservatori, insensibili financo agli accorati appelli di quel giovanotto rivoluzionario di Napolitano, ricominciamo a stare male. Dovete capirci: da ultimi epigoni immaginari del Sansepolcrismo – cresciuti nel mito della Carta del Lavoro e di quella meravigliosa utopia chiamata Socializzazione – siamo assaliti da una vertigine ogni volta che sentiamo parlare di “mobilità”. Se poi “è l’Europa che ce la chiede”, in ossequio alle logiche di competitività utili solo alla Angelacentrica Bce, la reazione diventa un vero e proprio riflesso pavloviano che ci spinge, parafrasando Göring, a mettere mano alla matita e a schierarci compatti a difesa della vetusta dignità del lavoro. Pronti a una di quelle battaglie votate alla sconfitta, ma avvolte nell’alone romantico dell’estremo sacrificio da compiere nel nome dell’idea. Disciplinatamente ci siamo quindi preparati all’impresa che immaginavamo solitaria, almeno fin quando un’agenzia non ci informava che non saremmo stati soli, ma avremmo avuto dalla nostra parte i compagni dell’intera “vecchia guardia” della sinistra. Potete immaginare le scene di esaltazione generale in redazione, tra rinnovate suggestioni fasciocomuniste e addirittura fiumane, durate però lo spazio di poche righe di comunicato.

Precisamente fino al capoverso in cui scoprivamo che di qua della barricata non avremmo trovato, chessò, gli Arditi del Popolo 2.0 o il de Ambris dei tempi moderni, ma molto più modestamente Rosy Bindi, D’Alema e perfino il povero Bersani. Ora, va bene l’estetica della sconfitta, ma fino a un certo punto! Noi con questi sinistri rottamati, che passeranno alla storia per la loro mirabolante sfiga – ma soprattutto per aver preso parte al governo che ha inventato i CoCoCo, contribuendo non poco al precariato e al disastro attuale – non vogliamo avere niente da spartire. Quindi controordine candido-legionari! Ci spiace per lo statuto dei lavoratori, ma niente battaglie con questi signori. Anche perché è chiaro che gli unici posti che intendono disperatamente reintegrare sono i propri. Quelli tra le file del Pd.

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