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La spintarella “cambia verso”

di Alessio Di Mauro

Niente paura: dopo aver spezzato le reni alla nomenklatura della Prima Repubblica (non è un caso infatti che oggi al vertice delle nostre istituzioni sieda finalmente un giovanotto di primo pelo come Sergio Mattarella, notoriamente estraneo a quella famigerata stagione politica) il Rottamatore gigliato tira dritto dichiarando guerra a un altro dei nemici storici della Patria: la perfida “spintarella”. E anche noi che abbiamo sempre respinto le semplificazioni giornalistiche che ciclicamente parlano di una “deriva ducesca” di Matteo Renzi (perché il parallelismo ci sembrava decisamente blasfemo), siamo costretti a ricrederci almeno un po’.  Più i giorni passano, infatti, più diventa difficile non riconoscere che qualche vaga similitudine tra le parabole dei due duci – quello aspirante di Pontassieve e quello Doc di Predappio – in effetti c’è.
Tanto per cominciare si potrebbe dire che entrambi sono riusciti ad arrivare al Governo senza passare dalle urne. Ma se si considera che ormai in Italia tale fenomeno sembra così consolidato da essere alla portata di un Enrico Letta qualunque, l’argomento perde immediatamente forza. In compenso, però, non sembrano esserci particolari obiezioni in merito al secondo parallelismo: anche Matteo, come Benito, è stato capace di trasformare in poco tempo quell’aula sorda e grigia del Parlamento italiano in un bivacco, se non proprio di manipoli, quantomeno di manipolati (gente alla Bersani che frigna e si contorce ma alla fine fa sempre e solo quello che vuole lui). Il dato però che più di ogni altro testimonia un chiaro tentativo di autoducizzazione da parte di Renzi sortisce da un provvedimento simbolico da lui stesso fortemente voluto: l’epurazione di Maurizio Lupi. Sì, perché la decisione di congedare la povera “Mariangela” del Ncd dalla squadra di governo sancisce un’adesione incondizionata del premier al valore forse più rappresentativo del primo fascismo mussoliniano: “Uno Stato può dirsi veramente libero solo quando i cittadini che ne fanno parte ricoprono nella società il posto che davvero gli compete”. Questo scrivevano agli inizi degli anni Venti i “fascisti di sinistra” strapaesani sul Selvaggio di Maccari. Concetto che Renzi non ha esitato a fare subito proprio. Perché nell’Italia che “cambia verso” chi, come Lupi, è soltanto sospettato di aver ricevuto da imprenditori amici favori e regalie (magari in cambio di appalti pubblici), evidentemente non sta facendo bene il suo lavoro e occupa un posto che non gli compete: quando hai un incarico così delicato, infatti, alimentare il semplice sospetto che stai intrallazzando non basta. Bisogna fornirne l’assoluta certezza! Come quella che, per esempio, emerse sulla vicenda Renzi-Carrai ai tempi in cui il ducetto era ancora solo federale di Firenze.
In quella circostanza il fatto che un imprenditore – con grossi interessi nel comune gigliato – pagava la casa in centro, e molto altro, all’amico sindaco, emerse in tutta la sua adamantina chiarezza. Comprovando che i due erano, loro sì, gli uomini giusti al posto giusto. Professionisti all’altezza del ruolo e capaci di sfruttarne per benino tutti i vantaggi. Mica come quello sfigato di Lupi che si accontenta di una patacca di Rolex e di un miserrimo contrattino da precario per suo figlio. Prenda esempio, l’ex ministro, da un altro renziano virtuoso come Lello Di Gioia che invece, per la propria figliola, ha preteso un contratto a tempo indeterminato dalla società Poste Vita sulla quale egli – in quanto presidente della Commissione di vigilanza sugli enti previdenziali – ha un evidente potere d’influenza. Al cospetto di una tale lezione di consapevolezza del ruolo e di meritocrazia non riteniamo di dover aggiungere altro, se non una semplice considerazione: nell’anno primo dell’efficiente Era Renziana non c’è più spazio per ridicole spintarelle. Presto gli amici della Leopolda potranno contare su ben più moderni e agevoli rimorchiatori.

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