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La spending review dell’ometto

di Egidio Bandini

Cari Candidolettori, ebbene sì, ormai la “spending review”, motto immarcescibile – assieme all’austerità – della Troika di Angela Merkel e per la prima volta sbarcato in Italia all’epoca del governo di Mario “rigor Montis” ha scavalcato il Tevere e anche lo Stato della Città del Vaticano si appresta a tagliare, con sforbiciate gagliarde, le spese del clero.
Lo ha annunciato “Urbi et Orbi” Papa Bergoglio: le Diocesi con meno di novantamila abitanti andranno soppresse, il tutto in nome del contenimento dei costi oggi sopportati da San Pietro (inteso in senso lato come Santa Romana Chiesa). La decisione di Papa Francesco sarebbe da riferirsi al fatto che entro la fine di Marzo il Governo potrebbe approvare le modifiche alla normativa che distribuisce il contributo volontario dell’8 per mille sulle tasse degli italiani, dopo che lo scorso novembre la Corte dei Conti aveva lanciato un j’accuse proprio nei confronti delle somme assegnate alla Chiesa Cattolica, oltre un miliardo di Euro, ossia oltre l’80 % del totale contribuito, assegnazione non coerente dal momento che, dice testualmente la relazione «I beneficiari ricevono più dalla quota non espressa che da quella optata.
Su ciò non vi è un’adeguata informazione, benché coloro che non scelgono siano la maggioranza e si possa ragionevolmente essere indotti a ritenere che solo con un’opzione esplicita i fondi vengano assegnati.»
Dunque, prima che la scure del Governo si abbatta sui proventi dell’8 per mille al Vaticano, il Pontefice corre ai ripari e taglia le spese, riducendo di fatto il numero delle Diocesi. Neppure questa, però, appare una novità assoluta: già nel 2013 si parlava dell’eventuale “taglio” delle Diocesi e lo aveva fatto lo stesso Bergoglio, annunciando a sorpresa, appena eletto che «Io so che c’è una commissione per ridurre un po’ il numero delle diocesi tanto pesanti. Non è facile, ma c’è una commissione per questo. Andate avanti con fratellanza.» Che di questa commissione, di fatto, i Vescovi ne sapessero poco o nulla è del tutto secondario: sta di fatto che 36 Diocesi sulle 222 sparse per il territorio nazionale andrebbero soppresse e, perciò, le loro aree suddivise fra le Diocesi vicine. I “distinguo”, però, cominciano già dal 2013, per bocca del Cardinale Angelo Bagnasco: «In Italia ci sono 226 diocesi (quattro sono già state soppresse da allora n.d.r.). Sono troppe? Sicuramente sono molte, che siano anche troppe è un altro discorso. Certo, non c’è paragone con il resto del mondo, ma ciò è dovuto alla nostra storia particolare, che tutti noi conosciamo.
Il numero delle diocesi è stato comunque nel tempo già ridotto.» Da dove deriva questa considerazione? Dal fatto che lo stesso Bagnasco rimarcasse come «si fa ancora fatica nelle diocesi che sono state accorpate: ci vuole tempo!» Il tempo, però, adesso sembra essere finito e Papa Francesco appare deciso a ridurre ulteriormente il numero delle sedi vescovili e delle abbazie, in nome del contenimento delle spese. Il Pontefice può, però, contare su un esempio recente ed illuminante: quello della riforma delle province attuata da Matteo da Pontassieve. Di qui il Vaticano potrebbe partire per dare il classico colpo al cerchio e, contemporaneamente, quello alla botte. Si riuniscono tutti i parroci delle Diocesi in odore di soppressione e, stabilito quale sia il “partito” di maggioranza, ovvero a quale Santo siano intitolate più chiese, si procede alla votazione per eleggere un “Vescovo senza portafoglio” – esattamente come gli attuali presidenti di provincia, assolutamente privi di stipendio – il quale a cadenze prestabilite, riunirà il “Consiglio diocesano”, dal quale emergeranno le stesse tante, belle chiacchiere che emergono oggi dai consigli provinciali. Il tutto senza intaccare il livello occupazionale delle Curie, mantenendo in essere i lavoratori dipendenti e distaccandoli, tutt’al più, in altra sede.
Naturalmente in accordo con il sindacato CGLBT (Camera Generale Lavoratori del Batacchio e del Turibolo). A dire la verità, un altro modo per effettuare una “spending review” ecclesiastica, secondo il vostro ometto ci sarebbe: dal momento che, sondaggi alla mano, gli italiani sono più propensi a dare soldi ai preti che ai politici, si adotti il “metodo Monti”. Basterà convincere il 41,1 degli italiani che si professano cattolici, ma non praticanti ad andare in chiesa: le offerte lieviterebbero di certo e le Diocesi, con buona pace di Vescovi e fedeli, resterebbero dove sono…

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