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Je suis Dieudonné

di Francesco Borgonovo

C’era la gara, tutti a esporre il cartello. E infatti quei geniacci dei francesi hanno subito

sbertucciato la moda. Sulla copertina del primo numero di Charlie Hebdo dopo l’attentato che

ne ha decimato la redazione campeggia il Profeta Maometto con un cartello che dice: “Je suis

Charlie Hebdo”. Titolo: “Tutto è perdonato”. Era l’unica copertina possibile. “Meglio morire in

piedi che vivere in ginocchio”, disse una volta Charb, direttore del settimanale satirico caduto

sotto i colpi dei vigliacchi jihadisti. E Charlie continua a vivere in piedi, come è giusto che sia.

Anche se, dopo le sfilate di convenienza e la solidarietà farlocca offerta giusto per pararsi il

deretano, dal mondo islamico sono presto giunte voci che esprimono la solita opinione: “Le

vignette su Maometto sono un insulto”. Lo ha detto il Muftì egiziano, sostenendo che il nuovo

numero dopo la strage avrebbe causato altra violenza. Lo ha sostenuto pure un imam inglese,

dicendo che chi offende il Profeta merita la pena capitale.

Tutto è tornato alla normalità, dunque. E il bello è che noi continuiamo a cascarci.

Continuiamo a dare ascolto ai sedicenti “islamici moderati”, pensiamo che in nome del dialogo

sia giusto ascoltarli. Ma che dialogo ci può essere quando una delle due parti vuole tappare la

bocca all’altra? Nessuno.

O si accetta la libertà di satira o non si accetta, altro non c’è. Io sono per la libertà di satira

su tutto e tutti. Dunque, per me, Charlie Hebdo ha diritto di fare vignette su chi gli pare,

Maometto compreso. Per lo stesso motivo, però, mi fa schifo l’idea che il comico satirico

francese Dieudonné sia stato arrestato pochi giorni dopo la strage a Charlie Hebdo. L’accusa

è apologia di terrorismo, dovuta a un tweet in cui diceva “Je suis Charlie Coulibaly”, citando il

cognome di uno degli assassini francesi.

Dieudonné a molti non piace. Fa battute pesanti su Israele, secondo tanti fa il furbo e per

scandalizzare flirta con l’estremismo islamico. Ma se la satira è sacra, se Charlie ha il diritto

di irridere chi vuole, allora ce l’ha anche Dieudonné. Anche se a volte fa battute di cattivo

gusto (ma le ha fatte pure Charlie Hebdo). Se la satira è libera, allora deve esserlo sempre. Per

questo, almeno per oggi, Je suis Charlie Dieudonné.

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