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Itaca cambia verso

di Alessio Di Mauro

Che nessuno provi mai più ad associare immagini volgari come quella del rottamatore o, peggio ancora, quella di Fonzie al nostro presidente del Consiglio. La collocazione ideale per un personaggio del calibro di Matteo Renzi dista anni luce dal Wisconsin di “Happy Days” o da un truce “sfascio” di periferia e va ricercata piuttosto in una dimensione epica, nell’iperuranio della perfezione e della poesia. In buona sostanza il nostro presidente non è più semplicemente un fuoriclasse della politica, il campione del 40%, ma va ormai ufficialmente considerato un mito. Un mito omerico, per la precisione, come lo stesso Renzi ha inteso raffigurarsi attraverso l’immagine leggendaria della “generazione Telemaco”, cui ha fatto ricorso appena qualche settimana fa nell’intervento di apertura del semestre di presidenza italiana a Strasburgo. Il canovaccio di quella leggenda lo conosciamo tutti fin dai tempi della scuola ed è proprio sulla scorta di una sua rilettura che abbiamo considerato pertinente il parallelismo. Basta infatti guardarsi attorno un attimo per ritrovare nella stringente attualità che stiamo vivendo tutti gli elementi della storia: di Odissee, tanto per cominciare, ne abbiamo da vendere. C’è quella dei disoccupati e quella degli esodati. Quella degli artigiani e quella dei piccoli imprenditori strozzati dalla crisi e da una pressione fiscale tra le più alte d’Europa. Eppoi c’è Ulisse, il quale – se ci si affida all’etimologia latina del nome – non può essere altri che Silvio Berlusconi. Ulixes infatti significa “irritato” e non c’è dubbio che il personaggio cui di questi tempi “girano” di più è proprio l’ex semidio di Arcore, umiliato e tirato giù dall’Olimpo del potere a colpi di sentenze (ma anche di spread) e costretto a traslocare in un ospizio di Cesano Boscone nei panni di badante. Un’autentica umiliazione per uno che, fino a qualche anno fa, di Ulisse aveva praticamente tutto: la dimensione eroica di colui che lotta per la libertà della sua terra, interi banchi di pericolosissime sirene pronte a scattarsi un selfie nei bagni di Palazzo Grazioli e ben più di una Troia da conquistare. è andata nel peggiore dei modi: con il nostro povero Ulisse ancora impantanato nelle limacciose acque della sua interminabile odissea giudiziaria e un bamboccione alla finocchiona che prova in tutti i modi a raccoglierne l’eredità parentale.

Ebbene sì, siamo arrivati a Telemaco, il protagonista di questa nostra leggendaria storia alla perenne e disperata ricerca di punti di contatto con il proprio padre putativo. E il bello è che più le acque si agitano dalle parti di Arcore, assottigliando le speranze di un ritorno ad Itaca del Cavalier Ulisse, più il nostro Telemaco lo attende, lo cerca, prova in tutti i modi a compiacerlo. Alla faccia degli alleati di governo e di tutti i compagni del Pd, rassegnati per questo a vivere perennemente sull’orlo di una crisi nervi. C’è da fare la riforma del Senato, l’Italicum, o la grigliata al barbecue? Alla larga Del Rio, la Serracchiani, la Picierno e persino quelle strafighe della Boschi e della Madia (di quei fantasmi di Sciolta Civica e dell’Udc non ne parliamo proprio: Alfano chi?): Matteo vuole solo papà Silvio. L’ultimo profumo d’intesa tra i due sa di gelsomino e petali di rosa perché si spande sul tema delicatissimo dei diritti gay. Dobbiamo confessare che a questo punto tutte le nostre certezze su questa leggendaria “generazione Telemaco” hanno vacillato per un attimo. Ci siamo sentiti traditi sul finale, ci sembrava di ricordare un esito diverso, ma poi dopo una piccola ricognizione della realtà ci siamo subito ritrovati. In un mondo che gira palesemente alla rovescia non deve stupire che l’epilogo di questa storia veda Ulisse e il suo figlio bamboccione tendere una mano ai proci.

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