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I fachiri di Palazzo Chigi

di Alessio Di Mauro

aperutra

Pizza, spaghetti e mandolino, ma d’ora in poi anche grande originalità e soprattutto coerenza. Se presto potremo aggiungere questi ultimi due elementi di valore al tradizionale trittico su cui si fonda lo stereotipo della gens italica, lo dobbiamo alle performance che da più di due anni le nostre istituzioni stanno offrendo sul palcoscenico internazionale della vicenda Marò.

Ad onor del vero quella dell’originalità è più che altro una conferma: siamo la culla riconosciuta del genio e dell’arte, il Paese di Leonardo e Michelangelo e vi pare che potevamo affrontare un’impasse diplomatica in maniera normale, alla stregua di un Obama qualunque? Assolutamente no. Così – al contrario di chiunque altro, che di fronte all’inaccettabile arroganza indiana avrebbe “banalmente” mostrato i muscoli – i nostri governanti hanno iniziato da subito a lavorare ad una strategia creativa che ha colto di sorpresa il mondo intero: calare le braghe e mettere su il turbante. Un geniale coup de théâtre capace di prendere in contropiede tutti, persino gli indiani medesimi che hanno dovuto subire l’umiliazione di essere superati sul loro stesso terreno. Specie quando si sono visti rimandare indietro i nostri fucilieri, ai quali l’Alta Corte del Kerala aveva finalmente concesso di rientrare in Italia. Artefici del surreale provvedimento furono l’allora premier Monti e il suo ministro Passera: due campioni d’originalità diplomatica ai quali va riconosciuto il merito di aver calzato il turbante per primi. Una soluzione forse non esattamente in linea con i parametri della sobrietà bocconiana, ma comodissima per nascondere le bieche ragioni economicistiche (commesse di Finmeccanica in primis) che i due avevano in testa come unica priorità quando decisero per l’imbarazzante dietrofront dei Marò. Sebbene decisamente ridicola, quell’esotica mise è riuscita a fare tendenza negli ambienti che contano. Al punto che anche i successori di Monti e soci a Palazzo Chigi si affrettarono a sfoggiarla, continuando orgogliosamente a fare gli indiani. Anzi, di più: i fachiri. E qui veniamo al fattore coerenza: persino l’asceta asiatico più esperto, infatti, dopo anni passati a camminare sui carboni ardenti del disonore e dell’irrilevanza diplomatica – di fronte al mondo intero che guarda dandosi di gomito – finirebbe per tradire qualche segnale di cedimento. E invece i nostri italici eroi hanno retto. In braghe di tela e turbante sono andati avanti, riuscendo a calpestare ogni più elementare principio di dignità e di decoro nazionale.Altro che chiodi e pezzi di vetro. Le più alte cariche istituzionali e diplomatiche del nostro Paese – da Napolitano a Letta, fino a Di Paola e De Mistura – hanno sciorinato numeri capaci di mettere in crisi tutto il comparto del fachirismo orientale con relativo repertorio tipico: passi l’autolesionismo, va bene ingoiare una spada, ma riuscire a mandar giù senza il minimo accenno di repulsa le dichiarazioni offensive di un Paese come l’India (che tratta i tuoi soldati in missione internazionale alla stregua di terroristi) è roba da veri santoni. E vogliamo parlare della levitazione del ministro Terzi? Ebbene, riuscire a sollevare dall’incarico l’unico che si era minimamente mostrato all’altezza della situazione è stata forse la prova più spettacolare. Ma abbiate fiducia, ora a fare l’indiano è arrivato Superenzi che grazie alle sue doti miracolose potrebbe stupirci ancora con nuovi fenomeni paranormali. Fonti vicine alla Farnesina dicono che, per cominciare, starebbe pensando a un bel tweet.
Il testo? #massimilianoesalvatorestatesereni. Non sarà originalissimo, ma più coerente di così si muore.

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