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Cavalcare la “gatta moscia”

di Alessio Di Mauro

Cari amici, destrorsi immaginari, bisogna che ce ne facciamo una ragione: di fronte all’abisso buio nel quale stiamo precipitando – sotto la spinta della minaccia islamista agevolata dalla crisi d’identità che indebolisce tutto l’Occidente –  non ci resta che rassegnarci a “cavalcare la Boldrini”. Ebbene sì, i tempi cambiano. E se il barone Julius Evola mezzo secolo fa cavalcava la famosa “tigre”, noi oggi dobbiamo accontentarci al massimo di una gatta moscia radical chic che, solo grazie a un parlamento dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale, siede sullo scranno più alto di Montecitorio.
La suggestiva e orientaleggiante lezione evoliana, che ha influenzato generazioni di giovani di destra, parla chiaro e suona più o meno così: quando una civiltà volge verso la dissoluzione, tutto quello che si può fare è assecondare il processo aspettando che travolga le stesse forze che lo hanno messo in moto.
Basta attualizzare un attimo il concetto, calandolo sulla stretta attualità per capire che finora, noi per primi, abbiamo sbagliato tutto. Nell’orrore del politically correct in cui siamo costretti a vivere – tra genitori 1 e 2 e dittatura gender, suggestioni mondialiste e retorica dell’accoglienza – attaccare una come la Boldrini è come sputare controvento. Per neutralizzare gente come la maestrina del buonismo rosso la cosa migliore è non fare niente. Lasciarli parlare. Anzi, possibilmente assecondarli un po’ in modo che le manifestazioni di delirio puro diventino sempre più clamorose e confuse, come sta accadendo in quest’ultimo periodo proprio alla succitata presidenta (rigorosamente con la “a”, in ossequio, a proposito di delirio puro, alla di lei battaglia per la declinazione dei sostantivi al femminile). Non ci sono vignette che tengano di fronte all’immagine della povera Boldrini che scorrazza su e giù per lo stivale – come nella indimenticata pubblicità del plafoncino Cinghiale – con una gigantesca pennellessa sul cofano dell’auto blu a sbianchettare obelischi del Ventennio e gli edifici di tutte le città di fondazione (ultimo segno di vitalità architettonica per dirla non con un fascista, ma con Pasolini). A una così basta darle fiducia e nelle condizioni giuste può riuscire ad assestarsi colpi che nemmeno il suo peggior nemico sarebbe in grado di portare. Boomerang mortali come quello che gli costò critiche piovute da ogni dove quando si schierò contro la “donna di casa” che serve a tavola negli spot pubblicitari (evidentemente un orrore insopportabile per chi come lei è abituata a farsi servire dalla domestica).
O come l’uscita che creò non pochi imbarazzi persino nella “sua” sinistra quando, invitata a un convegno sulla promozione turistica, invece di suggerire idee per un rilancio del settore e parlare di traghetti e navi da crociera tirò fuori i soliti barconi dei migranti auspicando una sistemazione dei loro occupanti negli alberghi a 5 stelle dei turisti. Il suo capolavoro migliore arriva proprio su questo fronte: quello dei tanto amati immigrati islamici per i quali la poverina prova un’adorazione talmente forte da portarla persino ad arruolarli d’ufficio tra le sacre file della resistenza. Ormai li vede ovunque, se li sogna, li acclama, li vezzeggia e, soprattutto, li vuole tutti qua. Con tanto di “ius soli”.
Ecco, se la cosa non comportasse il definitivo suicidio della nostra civiltà verrebbe da assecondarla anche su questo terreno. Così, giusto per vedere cosa ne sarebbe della nostra presidenta, della sua emancipazione femminile e dei diritti delle coppie gay, lesbo, bisex e trans a lei tanto cari, una volta compiuta la definitiva islamizzazione dell’Italia. Chissà se una pubblica “lapidaziona” con la “a” finale suona più femminile.
C’è una buona probabilità che quelli dell’Isis almeno quest’ultima soddisfazione a una vecchia simpatizzante gliela concederebbero.

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