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Autorottamazione

di Alessio Di Mauro

Chissà se prima o poi la compagnia dei gufi in servizio permanente effettivo, composta prevalentemente da grillini, leghisti e minoranza dem, si deciderà a tributare a Matteo Renzi tutto il riconoscimento che merita. Chissà se una volta esaurita l’euforia (e anche l’ultima goccia di champagne) per le rispettive affermazioni elettorali, lor signori si degneranno di presentare le proprie tardive scuse allo statista di Pontassieve.
A giudicare da quanto visto finora non si direbbe. Da quando le schermate dei primi exit poll hanno iniziato a campeggiare sul solito speciale di La7 dietro le spalle dello stoico Mitraglietta, i Salvini, i Cofferati, i Di Maio e persino il vittorioso neo presidente della Puglia Emiliano, non hanno fatto altro che cantar vittoria gonfiando il petto davanti alle telecamere. Ma all’indirizzo del premier, nemmeno una parola. Non un pensiero, un cenno, niente di niente. Anzi di più: qualcuno ha addirittura sfruttato il proprio spazio mediatico per apostrofare il leader del Pd con la solita dose di contumelie. Un atteggiamento scandaloso. Una condotta assolutamente inaccettabile ora che l’esito della consultazione elettorale ha confermato non soltanto l’esistenza ma anche la straordinaria efficacia di quel processo di rottamazione che questi miserabili dell’opposizione si ostinavano a negare.
“è tutto un bluff”, ripetevano come un mantra i gufi, da mane a sera. “Renzi non ha rottamato niente se non coloro che osavano mettersi di traverso alla sua gestione totalitaria del partito e del governo”. In sostanza si voleva insinuare che il buon Matteo stava venendo meno alla sua promessa di rinnovamento della politica sulla quale aveva edificato il famoso 41 percento delle Europee. Da quando l’ex sindaco gigliato s’è accomodato sulla poltrona di Palazzo Chigi non c’è stato giorno in cui non gli veniva rinfacciato di aver disatteso l’impegno a chiudere con la vecchia politica degli intrallazzi e degli inciuci. Dell’immobilismo e dell’inconcludenza. Della corruzione e del malaffare.
Ebbene, adesso è chiaro a tutti che quell’impegno da parte di Renzi c’è stato eccome. Anzi, quel famoso processo di rottamazione il premier lo ha portato avanti fino alle estreme conseguenze: arrivando cioè a rottamare sé stesso.
I risultati elettorali, in questo senso, parlano chiaro: è innegabile che rispetto alle europee il Pd renziano abbia avuto un tracollo che nemmeno il Bersani dei tempi d’oro sarebbe riuscito ad ottenere. Il premier, sublimando il concetto di rottamazione e facendosene al contempo testimonial, è riuscito in pochi mesi ad asfaltarsi completamente dimostrando al popolo italiano una coerenza senza pari.
Prima ha assunto su di sé tutte le già citate caratteristiche tipiche del politico da rottamare (mesi d’inciucio con Alfano, rinvio a oltranza delle riforme istituzionali, selfie e linguainbocca con gli impresentabili in odor di Gomorra e via democristianeggiando). Poi, una volta ottenuto il perfetto pedigree da repellente avanzo di Prima Repubblica, ha compiuto stoicamente la conseguente autorottamazione dimostrando la virtuosità di un processo che non fa sconti a nessuno. Renzi non c’è più, ma le sue gesta da sublime statista resteranno impresse nella memoria degli italiani tutti, fatto salvo per quei cialtroni che continuano a insultarlo volgarmente invece di organizzare un pellegrinaggio alla Leopolda per pronunciare un corale “touché”.

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